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Scritto da Antonio Gioiello   
lunedì 20 aprile 2009
“Come ti chiami”.

E’ stata la prima e ripetuta domanda rivolta ai tanti malati che di mattino presto sono stati prelevati dall’istituto Papa Giovanni XXIII di Serra d’Aiello e trasferiti in altre strutture della Calabria, e portati in luoghi che non conoscono, ad incontrare persone che non conoscono e che non sanno chi siano. Agli operatori che ricordano il periodo dell’avvio della riforma Basaglia, vengono in mente le scene a cui assistettero quando chiusero il manicomio di Nocera ed i pazienti furono trasferiti in ospedali e strutture inadatte ed impreparate ad accoglierli. Dopo 30 anni sembra che la psichiatria, o meglio il modo di fatto un solo passo in avanti. Pazienti, gravemente ammalati, come mobili usati e fatiscenti, sbattuti e sparpagliati per le strutture residenziali della Calabria. Mentre in Italia si discute tanto di “Testamento Biologico, Diritto alle Cure, Accanimento Terapeutico e Consenso al Trattamento”, centinaia di persone, inconsapevoli di quanto stava loro per succedere, con un atto di forza, sono stati allontanati dalla loro sede di ricovero e trasferiti in luoghi sconosciuti, sottoposti a trattamenti e cure (necessarie) senza il loro consenso. Senza che capissero cosa stesse loro accadendo. Secondo la Fish Calabria Onlus, le Associazioni di Persone con Disabilità e dei loro familiari, “Questa è violazione dei diritti umani! E’ inconcepibile che nel 2009, a pochi giorni dalla ratifi ca della Convenzione Internazionale sui diritti delle persone con disabilità – ONU, persone con disabilità vengano umiliate in tal modo” A Corigliano ne sono arrivati circa 36, ricoverati presso la Casa Protetta San Pio e Madonna dell’Immacolata. Malati trasferiti dall’istituto di Serra d’Aiello, chiuso su ordine della magistratura, spaventati ed inconsapevoli, affamati e tremanti. Senza identità. Con l’unico desiderio di ritornare in quella che per loro, nel bene e nel male, dimenticati, è stata la loro casa per tanti anni. La forza, orribile, degli istituti è proprio questa: diventare, comun-que, il luogo, l’unico, delle proprie sicurezze. Il luogo nel quale, nonostante le brutture, le limitazioni alla propria libertà, in alcuni casi le umiliazioni e la perdita della propria dignità, dondola la propria povera esistenza. Lontana e separata. E da difendere. Non sorprendono e non potevano sorprendere gli scoppi di ira, la furia, l’incontinenza, la paura negli occhi e nelle carni di questi pazienti, lo smarrimento. Era dovere di colui a cui competeva, provvedere al loro trasferimento, ridurre al minimo le loro inevitabili angosce. Invece è venuta fuori una concezione del malato di mente come un alieno, ridotto a corpo malformo, da trattare con la forza fi sica, o, peggio, con farmaci che stordiscono ed annichiliscono. In una concezione della psichiatria orientata a ridurre la persona a puro funzionamento molecolare, come se questi malati non avessero pensieri, vissuti, sentimenti. Come se non avessero diritti e dignità. Con la chiusura di Serra d’Aiello, ha termine una pagina triste in Calabria. Ma il modo come è avvenuta può fare ricomparire altre identiche cupe realtà. Che hanno la capacità di nascondersi, camuffarsi, rendersi invisibile e scomparire. Perché, al di là dei luoghi comuni, il crudo istinto dell’Uomo è di non vedere, nell’immagine rifl essa dallo specchio della malattia, la propria limitata debolezza. E poi scoppiare, fragorosamente, ed andare in mille pezzi. Non sappiamo quanto tempo questi pazienti resteranno nel nostro comune, mi piacerebbe pensare che non ci dimentichiamo che ci sono, per tutto il tempo che ci resteranno (e forse sarà tanto). Nel frattempo non una riga è apparsa sulle pagine locali dei quotidiani, non un pensiero, una nota è comparsa sui tanto visionati ed utilizzati blog locali. “Come ti chiami”. E’ la prima cosa che chiediamo quando incontriamo un altro, fi nora sconosciuto. E’ la prima domanda che si rivolge a chi è senza identità. In questa domanda vi può essere arroganza o il sincero tentativo di ricostruire una storia, una vicenda umana. E può essere l’inizio di un’altra storia. Noi ne scriveremo una parte. Di cui speriamo un giorno non dovremo vergognarci.


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