Primo rapporto sulla violenza di genere in Calabria

FEMMINICIDIO IN ITALIA ED IN CALABRIA

ANTONIO GIOIELLO

Centro Antiviolenza Fabiana

Femminicidio cos’è?

In Italia uccidere una donna non è reato. Infatti, il Codice Penale all’articolo 575 così recita “Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno”. Dell’uccisione di una donna non si fa menzione. Ovviamente nell’articolo succitato del Codice Penale si vuole intendere l’uccisione sia di una donna che di un uomo. Ho voluto però evidenziare un paradosso, che a mio avviso è indicativo.

Infatti, la uccisione di una donna, sino a pochi anni fa, non era oggetto di alcuna attenzione. Di fatto, le varie agenzie di rilevazioni statistiche (prima fra tutte l’ISTAT) osservavano i dati riferiti agli omicidi di uomini, nell’ottica di studiare il fenomeno criminale, caratterizzato soprattutto da protagonisti maschili. I dati riguardanti la uccisione di donne erano totalmente trascurati. Considerati di nessun interesse. E, come ben si sa, non avere statistiche su un fenomeno significa ignorarne l’esistenza. Significa non vedere, e non capire.

Solo di recente, grazie alle lotte femministe e a studiose che hanno fatto emergere il fenomeno, si incomincia a dare rilievo e studiare l’andamento e le caratteristiche delle uccisioni di donne. Soprattutto si è parlato di femmicidio, della uccisione di donne in quanto donne.

Ma sul concetto di femmicidio/femminicidio e su cosa si intenta per esso non c’è accordo. Per alcune autrici nel concetto di femminicidio sono inclusi non solo i casi di uccisione ma anche le vittime di quei comportamenti maschili che tendono all’annientamento fisico e psicologico della donna. Tant’è che la causa attuale della presenza di dati discordanti sul fenomeno è proprio dovuta al fatto che da parte delle diverse agenzie vengono aggregati dati differenti. Nel presente lavoro invece parliamo di femminicidio intendendo fare riferimento solo alle donne uccise in quanto donne.

Anche in Italia non esistono dati univoci proprio perché le varie agenzie includono nel concetto di femminicidio aspetti differenti.

L’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime), Ente per la definizione e l’implementazione della Classificazione Internazionale dei reati, di cui è parte anche l’Istat, ha riconosciuto il femminicidio come un omicidio di una donna compiuto nell’ambito familiare, ovvero dal partner, da un ex partner, o da un parente.

L’Eures pare non faccia alcuna distinzione relativa all’autore del femminicidio ed elabori i dati del numero totale delle donne uccise.

Altre agenzie private che si interessano di femminicidio non indicano i criteri di selezione dei casi a cui si riferiscono. Se “semplicemente” si fa la conta delle uccisioni, distinguendole in maschi e femmine, oppure se si fa riferimento ad un significato sociologico e culturale del termine femminicidio e si rilevano non le uccisioni di tutte le donne ma di quelle donne uccise a seguito di discriminazioni, violenze e maltrattamenti culturalmente determinati.

Il concetto che qui viene affermato è che il femminicidio va considerato come atto estremo in un contesto culturale nel quale è predominante una concezione diseguale del rapporto tra i sessi, che comporta la volontà da parte dell’uomo di assoggettare e/o di limitare la libertà della donna e/o di sfruttarne una posizione di presunta debolezza. Ciò indipendentemente dalla relazione attuale o passata tra l’omicida e la vittima o dai legami famigliari tra di essi. Tale definizione, dal mio punto di vista, consente di comprendere nella casistica dei femminicidi tutti quei casi di uccisione di donne in quanto donne, comprese le prostitute, le vittime di tratta, le sfruttate, le violentate ed uccise da sconosciuti.

Voglio sintetizzare così il mio punto di vista:

  1. Non sono femminicidi tutte le uccisioni di donne;
  2. Non sono femminicidio solo le uccisioni di donne il cui autore è un familiare o una persona con cui la vittima ha avuto o aveva una relazione intima e/o sentimentale;
  3. Non sono femminicidio tutte le uccisioni di donne il cui autore è un familiare;
  4. Sono femminicidio le uccisioni di donne, bambine o adulte, da parte di uomini che, nelle relazioni tra generi o nell’ambito dei ruoli culturalmente imposti al genere maschile e femminile, hanno assoggettato o volevano assoggettare a sé o hanno imposto o volevano imporre comportamenti, pratiche e modelli culturali o hanno o volevano annullare o limitare la libertà della vittima o che comunque volevano imporle o le hanno imposto sfruttamento e rapporti sessuali.

In ogni caso, comunque, rimangono dei casi di difficile interpretazione e collocazione. Faccio alcuni esempi.

Il primo esempio sono le uccisioni di donne anziane e malate da parte dei loro mariti o familiari, in gran parte casi di omicidio-suicidio. In questi casi, anche per la scarsezza delle informazioni in possesso, non emerge con chiarezza quanto l’uccisione sia una tragica conclusione di una scelta condivisa o, per quanto discutibile, dettata da pietà e disperazione. Che comunque metterebbe a nudo una grave deficienza di un sistema socioassistenziale. Oppure quanto non sia l’atto terminale di una concezione egoistica ed egocentrica del rapporto coniugale che si frantuma all’imbatto con le inevitabili debolezze e malattie della vecchiaia. In molti casi esaminati non siamo sicuri di avere operato la scelta corretta, sia se abbiamo escluso e sia se abbiamo invece incluso il caso nelle nostre casistiche.

Il secondo esempio sono le madri uccise dai figli. Le dinamiche che si sviluppano in questi casi sono molteplici. Spesso connotate da conflittualità annose e da condizioni di abuso di droghe o di dipendenza e/o da disturbi mentali. Anche in questi casi ci è risultato difficile cogliere le cause e le motivazioni che hanno portati i figli ad uccidere le madri.

Il terzo esempio sono alcune tragedie famigliari. Vero e proprio stermini di se stessi e delle proprie famiglie. Tragedie nelle quali sono uccisi figli, figlie e mogli. In alcuni casi la matrice di genere è chiara: situazioni di separazione non sopportata o di gelosia verso la moglie. In altri casi le dinamiche omicide appaiono più complesse, le motivazioni meno evidenti o, in apparenza, di carattere economico, e per i quali occorrerebbero informazioni e conoscenze che non abbiamo.

Il quarto esempio sono le donne uccise dalla criminalità, soprattutto quella organizzata. In Calabria due casi emblematici: quello di Lea Garofalo e di Maria Chindamo. Il femminicidio di Lea, uccisa nel 2009, è oramai documentato, fu uccisa non solo per eliminare un testimone scomodo, ma soprattutto perché la sua condotta si contrapponeva al ruolo riservato alle donne all’interno dei clan ‘dranghetisti. La sua era una ribellione “rivoluzionaria”. Maria Chindamo, il cui corpo non è stato ancora ritrovato e le indagini sono ancora in corso, rappresenta un’altra forma di ribellione femminile, intollerabile per la cultura mafiosa: quella di donna, imprenditrice, che non si piega ai ricatti mafiosi.

Femminicidio in Italia

I dati raccolti e qui presentati, con i quali intento fornire una panoramica della diffusione del femminicidio in Italia, vanno letti tenendo conto delle differenze di opinioni sopra esposte.

Il periodo che abbiamo scelto per analizzare il fenomeno è quello che va dal 2012 al 2018. Ciò sia perché quello più recente, ma soprattutto perché quello in cui vi è stata una maggiore raccolta di dati.

Le agenzie di cui si presentano i dati (Tab 1; Grafico 1) sono l’Istat, l’Eures, l’organizzazione del sito internet inquantodonna, SOS Stalking, Associazione Mondiversi onlus (per il solo anno 2018). Da questo grafico si evidenzia molto chiaramente come le diverse modalità di aggregazione dei dati secondo il criterio adottato porti a dati molto differenti.

L’Istat e l’Eures fanno riferimento, tranne qualche lieve differenza (più evidente nell’anno 2017), agli stessi dati. Con la differenza che l’Istat dichiara esplicitamente che trattasi di omicidi di donne, senza indicarli come femminicidi, mentre l’Eures li indica come femminicidi. Inquantodonna osserva e riporta il fenomeno del femminicidio in Italia per come questo viene raccontato dagli organi di informazione, di SOS Stalking non conosciamo i criteri usati. Mentre il criterio usato da Mondiversi è il mio sopra esposto.

Appare evidente che mentre le agenzie di statistica Istat ed Eures riportano una diminuzione delle uccisioni di donne negli anni esaminati, seppure di lieve entità rispetto alla diminuzione molto più consistente degli omicidi in generale (passati da 528 del 2012 ai 357 del 2017), le agenzie più caratterizzate nel rilevamento del fenomeno del femminicidio (SOS Stalking, Inquantodonna) mostrano invece un andamento pressocché invariato (SOS STALKING) o addirittura in aumento (Inquantodonna).

Pur riguardando solo il dato del 2018 si nota una sostanziale sovrapposizione tra i dati di inquantodonna e di Mondiversi. Inoltre, i loro dati sono gli unici che sono accompagnati anche dal nome delle donne uccise e dalla tragica vicenda che le ha viste coinvolte. Ciò ha consentito di sviluppare un ulteriore approfondimenti.

Sui dati e le informazioni di queste due organizzazioni si sono elaborate le seguenti tabelle ed i seguenti grafici, riferiti agli anni dal 2015 al 2017 per Inquantodonna e all’anno 2018 per Mondiversi.

I dati assoluti evidenziano che negli anni considerati (2015 – 2018) il numero maggiore di donne vittime di femminicidio sono in Lombardia (53), che ha anche il numero medio annuo di femminicidio più alto (13,25) e la percentuale più alta sul totale nazionale (17,9).

La Calabria è rispettivamente l’ottava e la nona di questa triste graduatoria, 14 le donne uccise.

Se rapportiamo, invece, i dati assoluti al numero di donne residente in ciascuna regione, la classifica ha un mutamento quasi sorprendente. I dati seguenti sono quozienti per 100mila donne abitanti per Regione. Considerato che i dati riguardano più anni, si è fatto riferimento alla popolazione all’1 gennaio 2018 rilevata dall’ISTAT.

Tabella. 3. Femminicidi per Regione: indice

Trentino 0,41
Calabria 0,35
Basilicata 0,35
Emilia Romana 0,32
Friuli 0,32
Sardegna 0,3
Liguria 0,27
Toscana 0,27
Campania 0,26
Lombardia 0,25
Veneto 0,25
Piemonte 0,25
Abruzzo 0,22
Sicilia 0,21
Lazio 0,14
Puglia 0,13
Marche 0,12
Umbria 0,11
Valle Aosta 0
Molise 0

Come si evidenzia in questo dato, la Regione a più alto indice di femminicidio in Italia in rapporto alla popolazione femminile è il Trentino (0,41 donne uccise l’anno ogni 100.000 donne residenti), seguito dalla Calabria e dalla Basilicata (0,35), da Emilia Romagna e Friuli (0,32) e dalla Sardegna (0,30). Dati significativamente superiori all’indice nazionale di 0,23. Risultano invece al di sotto dell’indice nazionale l’Abruzzo, la Sicilia, il Lazio, la Puglia, le Marche, l’Umbria. Mentre in Valle d’Aosta ed in Molise non si sono verificati fatti di femminicidio. Il dato è calcolato sulla media annua delle donne uccise in ciascuna regione rapportato al numero delle donne abitanti nella Regione.

Femminicidi in Calabria

In Calabria, dai dati in nostro possesso, dal 2012 al 30 giugno 2019 sono state uccise per femminicidio n. 25 donne: 2012 n. 2; 2013 n. 5; 2014 n. 2; 2015 n. 4; 2016 n. 4 (è inclusa Maria Chindamo, a seguito delle ultime indagini); 2017 n. 2; 2018 n. 4; 2019 n. 2.

Le altre vittime

Ai dati sopra riportati, purtroppo, bisogna aggiungere le altre vittime di femminicidio. Le altre vittime sono le vittime uccise perché figli/e, madri, parenti, nuovi compagni. Spesso figli e figlie dello stesso carnefice che con la loro soppressione pensa di punire la loro madre. Nel 2018 sono state uccise 10 persone, nel 60% dei casi bambini e bambine di età tra 1 e 13 anni. Dacia Maraini ebbe a dire “Ha ucciso per amore, non sopportava l’idea di una separazione. Ma si può chiamare amore questo sconcio? Si può parlare di amore quando si uccide? Anche i propri figli?”.

I casi irrisolti

Infine, molti rimangono, i casi irrisolti. Donne uccise le cui indagini non sono riuscite a stabilire dinamica e motivazioni della morte né se vi fosse un colpevole: donne cadute, precipitate dalle scale, o uccise nei loro negozi o morte per ingestione di farmaci e/o droghe. Morti accidentali? Suicidi? femminicidi? Alcune verità emergono dopo diversi anni, altre non le conosceremo mai. Quanti sono questi casi? Non lo sappiamo con certezza, anche qui mancano ricerche specifiche ed approfondite.

Conclusioni

Bisogna prendere atto che in Italia non esiste una raccolta dati univoca e concorde sul femminicidio e che gli istituti di ricerca scientifica usano criteri che non tengono conto degli studi sul campo, che sono andati nel tempo definendo i confini e le caratteristiche socio-culturali e criminologiche del femminicidio. Non esistono ricerche documentate ed approfondite, che abbiano esaminato i casi di uccisione di donne. Gli stessi dati da noi presentati in questo documento si avvalgono di notizie apprese dai giornali e da quanto compare su internet, con tutti i limiti che questo metodo comporta.

In Calabria ogni anno delle donne sono uccise per femminicidio e l’indice dei femminicidi in Calabria è il secondo più alto d’Italia.

Le caratteristiche, le dinamiche dei femminicidi, le età delle donne uccise, la relazione tra vittima ed autore del delitto sono sovrapponibili a quelle del resto d’Italia.

Che la prima regione a più alto indice di femminicidio sia il Trentino e la seconda sia la Calabria, la prima del nord e la seconda del sud, che ogni anno il maggior numero di femminicidi avvengano in Lombardia, dimostrano che il fenomeno pervade l’Italia in modo omogeneo. Ricercare da parte di alcuni, nei casi di femminicidio al sud, specificità sociologiche nella supposta cultura retrograda del sud è fuorviante e pregno di luoghi comuni e pregiudizi. Penso soprattutto alle giovanissime. Le ragazze del sud ascoltano le stesse canzoni delle ragazze del nord, vestono alla stessa maniera, usano gli stessi linguaggi, condividono le stesse passioni e gli stessi sogni. Vivono le stesse dinamiche sentimentali ed affettive. Credere che gli atti di violenza nei loro confronti siano espressioni di arretratezza del sud è assolutamente sbagliato ed un modo sbrigativo per relegare il fenomeno a espressioni marginali del Paese e liquidarlo con faciloneria. Le ragioni del femminicidio, invece, come dimostrano i dati riferiti dall’ONU e come dichiarano le Convenzioni Internazionali stanno nei rapporti diseguali tra i generi, storicamente e culturalmente determinati in ogni parte del mondo. E’ un fenomeno universale, strutturale ed antico.

Ciò detto, in Calabria il fenomeno ha indici elevatissimi. Ogni anno delle donne vengono uccise da uomini violenti. Quali misure e quali interventi assumere non è compito di questo documento. Ma la strada per un contrasto efficace alla violenza sulle donne è ancora lunga.

Corigliano Rossano 21 ottobre 2019                                                       Antonio Gioiello

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